2 agosto 1942. Il commissario del Reich fa arrestare di tutti i religiosi e le religiose non ariane presenti nei conventi, in tutto 300 religiosi. Quel giorno, suor Benedetta continua a lavorare al suo libro Scientia Crucis, così scrive di quel pe- riodo: «Quando, dopo la celebrazione del mattino all’altare di Dio, intraprendo il lavoro della giornata, tutto diventa tranquillo in me e la mia anima si libera di tutto ciò che può turbarla o prostrarla, riempiendosi di una santa gioia, di coraggio e di brio. Essa è diventata grande e libera perché, dopo essere uscita da se stessa, è entrata nella vita divi- na». Alle 17,00 la Gestapo arriva anche al convento di Echt e chiede delle sorelle Stein. Così racconta la Madre priora: «feci uscire suor Teresa dal coro, [...] capii che la cosa era ben altrimenti grave di quello che avevo pensato, e fui pre- sa da paura. Uno degli ufficiali SS ingiunse a suor Teresa di uscire di clausura entro cinque minuti. La udii rispondere: “Non lo possiamo, le nostre regole di clausura sono molto severe”. “Distruggete tutto questo” - gridò il nazista (intendeva le grate) - “e uscite di qui”. “Dovrete costringermi con la forza” - replicò con calma. Al che, l’uomo coman- dò: “Chiamatemi la superiora”. Mi disse: “Se osasse rifiutarsi di lasciar uscire suor Stein, può immaginare le conse- guenze che questo avrebbe sulla sua casa”. In serata il commissario assistente del Reich Schmidt in un discorso uffi- ciale proclamò che si trattava di una misura di rappresaglia in risposta alla protesta dei vescovi olandesi: le autorità tedesche si vedevano costrette a “perseguitare gli ebrei cattolici come i loro peggiori nemici” e ad “assicurare al più presto la loro deportazione verso l’est”. Sappiamo da alcuni amici che riuscirono a incontrare furtivamente Edith nel campo, che gli arrestati furono condotti ad Amersfoort dove ella incontrò parenti e conoscenti ma dove i prigionieri avevano subito ogni specie di vessazioni, poi erano stati spinti a colpi di calcio di fucile dalle SS nei dormitori.

3 agosto 1942. Il mattino un treno parte per Westerbork (al nord del paese): da quel campo le sorelle Stein riescono ad inviare messaggi a Echt e a rassicurare le consorelle dicendo: «Qualunque cosa accada sono pronta a tutto. Il bambino Ge- sù è anche qui in mezzo a noi». Un commerciante ebreo di Colonia sopravvissuto e che frequentò suor Teresa dice: «Si distingueva per il suo comportamento tranquillo. Le grida, i lamenti, lo stato di sovraeccitazione angosciosa dei nuovi arri- vati era indescrivibile! Suor Teresa si recava tra le donne calmando e curando: molte madri sembravano cadute in una spe- cie di prostrazione, vicino alla follia: se ne stavano a gemere come inebetite, abbandonando i loro figli. Suor Teresa si occu- pava dei bambini lavandoli, pettinandoli e procurando loro cibo e cure». La madre di un sacerdote domenicano testimo- nierà: «La grande differenza tra Edith Stein e le altre internate stava nel suo silenzio. La mia impressione è che fosse estre- mamente afflitta ma no angosciata. Dava l’impressione di dover portare una tale massa di sofferenze che, anche quando le capitava di sorridere, era ancora più rattristante. Mentre sto scrivendo questo, mi viene il pensiero che prevedesse ciò che sarebbe successo, a lei e agli altri. Soprattutto era l’unica ad essere scappata dalla Germania e perciò ne sapeva più delle altre. Ma, ancora una volta, non è che una mia impressione: pensava alla sofferenza che prevedeva, ma non alla pro- pria, perché era troppo in pace per questo: solo alla sofferenza che riguardava gli altri. Tutto il suo modo di fare risvegliava in me un pensiero e me la vedo ancora davanti, seduta nella baracca: una Pietà senza Cristo».

6 agosto 1942. Ultima lettera: «Westerbork, Baracca 36, 6.8.1942 - Cara madre, domani mattina parte il primo con- voglio (Slesia o Cecoslovacchia?). Le cose più utili da procurarci sarebbero: [...] A me piacerebbe avere anche il prossimo volume del breviario (finora ho potuto pregare meravigliosamente). Le nostre carte di identità, i certifi- cati di origine e le tessere del pane. Mille grazie, saluti a tutte. Sua grata figlia T.»

7 agosto 1942. Efith e Rosa salgono su quel treno e ad alla fermata di Schifferstadt, una ex allieva delle domenicane di Spira, si sente chiamare da un vagone e intravvede, allo sportello di un vagone piombato, la sagoma della sua ex insegnante che le dice: «Saluti le suore di Spira, dica loro che sono in viaggio verso l’Est ...»

9 agosto 1942. Est è Auschwitz. Al campo, scesi tutti dal treno, dopo una veloce selezione furono trattenuti un pic- colo gruppo di soli uomini robusti abili al lavoro, altri (tra le quali Edith e la sorella Rosa), furono fatte risalire sul treno. Si seppe che coloro che risalivano venivano con il treno portate immediatamente alle camere a gas, dove le due sorelle insieme ad altri religiosi morirono lo stesso giorno. Quando qualche giorno prima, uscirono dal Carmelo di Echt, prendendo la sorella per mano, Edith le disse: «Vieni, andiamocene per il nostro popolo».

1° maggio 1987beatificazione a Colonia; 11 ottobre 1988 dichiarata Santa da Giovanni Paolo II. 10 ottobre 1999 Gio- vanni Paolo II proclama S. Teresa Benedetta della Croce, S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena compatrone d’Europa.

Nell’estate del 1940, dopo svariate peripezie, anche la sorella Rosa raggiunge Edith a Echt e per qualche mese possono condurre una vita regolare, non turbata dagli avvenimenti esterni: tuttavia la loro situazione rimane precaria. Suor Teresa Benedetta si rimette completamente nelle mani di Dio, come scrive alla sua priora: “ … ormai non vorrei fare più nulla per ciò che riguarda la mia stabilità […] mi va bene qualsiasi cosa. Non si può acquisire una “scienza della croce” se non si arriva a sondare a fondo il mistero della croce. Ne sono stata convinta fin dal primo istante e ho detto dal profondo del mio cuore: Ave crux, spes unica!”.

Nel 1941 la priora di Echt chiede a suor Teresa Benedetta di intraprendere la redazione di un lavoro Scientia Crucis sull’opera di San Giovanni della Croce, in vista del 4° centenario della nascita di questi (1542): in quest’opera, nella quale si rileggono e si commentano i principali testi del Santo, Edith spiega come si possa giungere alla conoscenza di Dio attraverso l’unione mistica con Lui. È un’unione che si ottiene partecipando innanzitutto alla Croce di Cristo che comporta, come primo passaggio, la morte di tutto ciò che dentro di noi si oppone a Dio: Gesù «apre le  chiuse della misericordia del Padre su tutti coloro che hanno il coraggio di abbracciare la croce e il Crocifisso. Su di loro riversa la sua vita e la sua luce divina ma, dal momento che devono annientare tutto ciò che fa da ostacolo, potranno in un primo tempo dare l’idea di causare buio e morte. È la notte oscura della contemplazione, la morte in croce dell’”uomo vecchio”. Più la sollecitazione dell’amore si fa potente, più l’anima vi si abbandona senza riserve e più buia sarà la notte e dolorosi i tormenti di morte. Il crollo totale della natura umana lascia uno spazio sempre più grande alla luce soprannaturale e alla vita divina. Questa si impadronirà delle forze naturali, per spiritualizzarle e divinizzarle. Così si compie in qualche modo una nuova incarnazione di Cristo nel cristiano e una vera e propria risurrezione a partire dalla morte in croce. L’uomo nuovo porta nel suo corpo le stigmate di Cristo, che sono una specie di ricordo della miseria del peccato da cui è sorto alla vita divina e del prezzo che si è dovuto pagare per il suo riscatto».

All’inizio dell’anno 1942 è chiaro che i tedeschi hanno in programma per l’Olanda lo sterminio sistematico degli ebrei e Suor Teresa Benedetta si trova nella stessa situazione di Colonia: per evitare pericoli alla sua comunità di Echt pensa ancora di esiliarsi e fuggire in Svizzera oppure in Spagna, ma l’impresa si rivela tragicamente impraticabile. Intanto la Gestapo punta l’attenzione sulle due sorelle che vengono convocate nell’ufficio di Maastricht mostrandosi violenti poiché sulla carta di identità non è segnata la grande J che denuncia la loro origine ebrea.

Il 7 luglio 1942 l’episcopato cattolico dei Paesi Bassi in accordo con i Sinodo delle Chiesa riformata, invia a Seyss-Inquart, commissario del Reich, un telegramma di protesta contro le misure di cui son vittime gli ebrei, ecco il documento: «I sottoscritti …, profondamente toccati dalle misure eccezionali prese contro gli ebrei e tendenti ad escluderli dalla vita sociale, hanno appreso con orrore la notizia delle deportazioni di massa di intere famiglie ebree: uomini, donne e bambini inviati nei territori dell’Est controllati del Reich. Il dolore che viene così a olpire decine di migliaia di persone, la certezza che tali misure contrastano con il profondo senso morale del popolo olandese e, soprattutto, si oppongono ai comandamenti di Dio che riguardano la giustizia e la misericordia, obbligano i capi delle comunità cristiane a rivolgere un appello pressante, con lo scopo di prevenire, se possibile, simili misure. Per i cristiani di origine ebrea la nostra richiesta si fa ancora più insistente, dal momento che le disposizioni sopraccitate mirano ad escluderli dalla vita stessa della Chiesa». Il commissario aggiunto Smith risponde concedendo poco e rimanendo evasivo sulla questione di fondo, quindi i vescovi e la maggior parte dei ministri riformati leggono pubblicamente in Chiesa domenica 26 luglio il messaggio inviato a Seyss-Inquart. La reazione è immediata, ecco il documento delle SS:

“OGGETTO: EVACUAZIONE DEGLI EBREI CRISTIANI BATTEZZATI […] IL COMMISSARIO DEL REICH HA DATO LE SEGUENTI DISPOSIZIONI: 1) ACCERTARSI AL PIÙ PRESTO IN QUALI CHIESE EVANGELICHE È STATA FATTA LA DENUNCIA DAL PULPITO, CON LETTURA DEL TELEGRAMMA DEL COMMISSARIO DEL REICH. 2) VISTO CHE I VESCOVI CATTOLICI SI SONO IMMISCHIATI NELLA FACCENDA - MALGRADO NON FOSSERO TOCCATI PERSONALMENTE - TUTTI GLI EBREI CATTOLICI VERRANNO DEPORTATI ENTRO QUESTA SETTIMANA. NON SI TENGA CONTO DI NESSUN INTERVENTO IN LORO FAVORE. IL COMMISSARIO GENERALE SCHMIDT DARÀ RISPOSTA PUBBLICA AI VESCOVI IL 2.8.1942, NEL CORSO DI UNA MANIFESTAZIONE DI PARTITO NEL LIMBURGO”.                                  

Appena trascorse le feste del Natale, la notte del 30 dicembre 1938 (47 anni), Edith, accompagnata da un medico amico, fugge dal Convento delle Carmelitane di Colonia per raggiungere quello di Echt in Olanda: dopo aver sostato in preghiera in un santuario dedicato alla Vergine della Pace, proseguono il viaggio e varcano la frontiera di notte e con la nebbia raggiungendo la nuova destinazione la sera del 31 dicembre: «Quella sera - dicono le suore – il volto di suor Benedetta aveva un’espressione grave e dolorosa, ma la sua delicatezza e il suo gran cuore ci hanno conquistate subito». Sentiamo direttamente dalle lettere di Suor Benedetta della Croce, come visse quei momenti: «Sono arrivata qui la sera di san Silvestro. Per tutte noi, al Carmelo, la decisione di separarci è stata penosa, ma avevo la ferma convinzione che fosse la volontà di Dio e che si sarebbe evitato qualcosa di peggio. Qui mi hanno accolta con il più tenero affetto. Le buone madri e sorelle hanno compiuto tutti i passi necessari per farmi avere il più presto possibile il permesso di immigrazione e, con le loro preghiere, mi hanno spianato la strada». Suor Benedetta si mette a studiare l’olandese, aggiungendo così una settima lingua a quelle che già conosceva. Non impiegò molto ad acclimatarsi, né a conquistarsi la simpatia delle suore. Così scrive: «Da quando sono qui, il mio sentimento dominante è la riconoscenza: rendo grazie per essere qui e per ciò che è questa casa. Tuttavia ho un pensiero persistente: quaggiù non ci sono dimore permanenti. Non desidero nulla, se non che si compia in me e attraverso di me la volontà di Dio: quanto tempo mi lascerà qui e che cosa succederà in seguito? Tutto questo dipende da Lui e perciò non devo occuparmi affatto. È però importante pregare molto, per restare fedeli in ogni circostanza. E, prima di tutto, per le numerose persone che si trovano a subire una situazione ben peggiore della mia e che, tuttavia, non sono radicate nell’eternità. Sono anche riconoscente di tutto cuore verso coloro che mi offrono il loro aiuto».

In tempi brevi gli eventi confermano gli oscuri presagi di Edith: il 30 gennaio 1939, Hitler decreta e annuncia l’annientamento della “razza ebraica”, provocando un esodo massiccio degli ebrei dell’Europa centrale verso la Francia e gli Stati Uniti. I segni premonitori del conflitto si fanno più netti. Sei mesi prima dello scatenarsi del conflitto, Teresa Benedetta spera ancora nella Misericordia divina, alla quale si offre come vittima; così scrive nel suo testamento: «Fin da adesso accetto la morte che Dio mi ha destinato, con gioia e con una totale sottomissione alla sua santissima volontà. Prego il Signore di voler accettare la mia vita e la mia morte per la sua gloria e glorificazione […], per il popolo ebreo affinché il Signore sia accolto dai suoi e venga il suo regno […] Per la salvezza della Germania e per la pace nel mondo; infine, per i miei parenti, vivi e morti, e per tutti coloro che Dio mi ha affidato: perché nessuno si perda». Nel maggio 1940, l’Olanda viene occupata dai tedeschi che, subito, mettono in atto una legislazione antisemita: gli ebrei, esclusi dalla funzione pubblica e con domicilio coatto, vengono tenuti in disparte dal resto della popolazione e obbligati a portare la stella gialla, mentre la Gestapo assume il controllo delle amministrazioni. Suor Benedetta prega e si offre, in un abbandono totale, alla contemplazione:

“Benedici, Signore, lo spirito affranto di coloro che soffrono,
la pesante solitudine degli uomini, di colui che non conosce riposo,
la sofferenza che non si confida a nessuno.
E benedici il corteo di quelle persone nella notte
che non spaventa lo spettro di percorsi sconosciuti.
Benedici la miseria degli uomini che muoiono in quest’ora: concedi loro, mio Dio, una buona fine.
Benedici, Signore, i cuori amareggiati.
Prima di tutto accorda ai malati il sollievo,
insegna l’oblio a coloro che hai privato del loro bene più caro:
non abbandonare, sulla terra intera, nessuno al suo sgomento.
Benedici, proteggi, Signore, coloro che sono nella gioia.
Finora non mi hai mai liberata dalla tristezza e, a volte, mi pesa molto;
ma mi dai la tua forza e la posso sopportare” (Dagli Scritti minori)

(Continua)

Dopo aver insegnato per dieci anni nel Liceo e Scuola Magistrale delle Domenicane a Speyer, nel 1932 (41 anni) Edith Stein diventa professoressa all’Istituto Superiore di Pedagogia Scientifica a Monaco. Ma il suo incarico di docente viene bruscamente interrotto nel febbraio 1933 a causa dei provvedimenti antisemiti del Terzo Reich: Hitler, salito al potere come cancelliere, impone l’allontanamento degli ebrei da ogni pubblico impiego. La Storia, col volto brutale dell’odio razziale, entra in modo violento nella vita di Edith che, essendo di origini ebraiche, non può più proseguire con l’insegnamento. Riceve un’offerta di lavoro dal Sud America, ma declina la proposta. Edith comprende che ormai nulla più la trattiene dal realizzare il suo grande desiderio: quello di diventare suora carmelitana. La prova più grande per lei è dirlo a sua madre, che aveva già tanto sofferto per la conversione al cristianesimo della sua figlia amata. Il saluto tra le due donne prima dell’entrata al Carmelo è straziante. Ma Edith sente che la sua strada ora è quella: Dio la sta chiamando a donare la sua vita a Lui in modo completo, per sempre.

Ci chiediamo perché Edith decida di entrare proprio nell’ordine carmelitano, la cui spiritualità contemplativa trova il suo fondamento biblico nelle parole del profeta Elia: “Vive il Signore alla cui Presenza io sempre sto” (1Re 18,1). Ossia, la contemplazione intesa come “restare sempre alla Presenza del Signore”, avendo come modello Maria, tempio e dimora di Dio. Nella conversione di Edith, ha un ruolo determinante la figura di Santa Teresa di Gesù che, insieme a San Giovanni della Croce, alla fine del 1500, aveva attuato una profonda riforma dell’ordine carmelitano. Prima di loro, si credeva che pregare – nella contemplazione – volesse dire raggiungere un livello alto, astraendo dal mondo, come per raggiungere un’altra dimensione, staccata dalla realtà. Invece, Teresa di Gesù insegna alle sue monache che contemplare significa incontrare lo sguardo di Cristo, per portare il Suo Sguardo. La preghiera diventa così un incontro di sguardi, che alimenta la vita. È riconoscere che Dio va messo non al “primo” posto, ma all’”unico” posto, rinunciando ad ogni attaccamento, ad ogni altro amore, per ricevere tutto nuovamente dalle sue mani, per amare tutto e tutti in Lui: “Attirami a Te, e noi correremo” (Ct 1,4). È lo sguardo di Dio che cambia la vita, alla scoperta dell’”umano autentico”, quello pienamente docile alla Sua grazia, e capace di vedere con i Suoi occhi gli altri, la realtà, l’umanità, il mondo. Il modo di amare di Dio diventa così il nostro modo di amare.

Da tutto questo fu attratta Edith, che nel luglio 1933 entra nel Carmelo di Colonia. Prende il nome di Teresa Benedetta della Croce. Ogni venerdì scrive alla madre, senza ricevere risposta, se non indirettamente, attraverso le sorelle. Il 14 settembre 1936, festa dell’Esaltazione della Santa Croce - l’Espiazione cristiana - proprio nel giorno in cui le carmelitane rinnovano i loro voti, la madre di Edith muore. È questa una delle tante “coincidenze” - che forse non sono tali - che Edith sperimenta nella sua vita. Come quella di essere nata nel giorno che per il calendario ebraico è la festa dell’Espiazione, che ricorda quando il sacerdote nel tempio offriva il sacrificio per il popolo.

Nell’aprile del 1938 (47 anni) Edith emette la sua Professione perpetua. Qualche giorno dopo, muore a Friburgo il suo maestro, Edmund Husserl. Le ultime parole del filosofo sono di abbandono in Dio, in una pace profonda che egli, proprio sul letto di morte, riesce finalmente a trovare in Lui.

In quell’anno si accentuano le leggi razziali e l’odio verso gli Ebrei. Nel novembre 1938, nella “notte dei cristalli”, vengono date alle fiamme le sinagoghe, profanati i cimiteri ebraici, usate violenze di ogni tipo agli ebrei, rotte le vetrine dei loro negozi. Temendo il peggio anche per Edith, i suoi Superiori decidono di trasferirla presso un altro monastero, a Echt, in Olanda, paese allora ancora neutrale. Poco dopo la raggiunge anche la sorella Rosa, convertitasi al cattolicesimo. Ma Edith sente sempre più fortemente che verrà chiamata ad offrire a Dio la sua vita per il suo popolo, unendo il suo sacrificio al Sacrificio eterno di Cristo.

(continua)

L’esperienza filosofica e religiosa di Edith Stein è fortemente intrecciata con la fenomenologia. Abbiamo anche intuito come questa impostazione metodologica sia stata trasmessa alla Stein dal suo “Maestro”, vale a dire Edmund Husserl (1859-1938). La sua stessa tesi di laurea, che ebbe come relatore proprio il filosofo ebreo e che porta il titolo de Il problema dell’empatia (1916-1917), sembra essere un inno alla fenomenologia. Bene, ma cosa effettivamente è la fenomenologia? È importante chiarire un aspetto decisivo: la fenomenologia non è una filosofia, piuttosto essa è il metodo alla base della filosofia e, come vedremo, non solo. La radice della fenomenologia è posta nella parola fenomeno. Quindi per capire su cosa si fonda il metodo fenomenologico dobbiamo prima comprendere che cosa sia un fenomeno. Detto semplicemente, il fenomeno è inteso come ciò che è reso manifesto, come ciò che risulta talmente evidente da non poter essere negato, potremmo dire essere ciò che funge da fondamento per la ricerca della verità. Il punto di partenza della fenomenologia di Husserl è esattamente questo: teorizzare un metodo – quello fenomenologico per l’appunto – che possa rendere manifesto alla coscienza dell’uomo ciò che appare come fenomeno.

La felice espressione che Husserl utilizza per descrivere questo atteggiamento può essere tradotta e riassunta col motto: andiamo a vedere come stanno le cose. Facile? Forse, ma quel vedere indica un oltrepassare il manifestarsi primo delle cose - che può essere apparenza superficiale - per dirigersi verso le intime caverne dell’umano, là dove dimora la consapevolezza del mondo. In questo senso, è bello riferirsi alla espressione che utilizza la filosofa italiana Sofia Vanni Rovighi, quando scrive: «Ora parrebbe che il guardare, il riferire ciò che si manifesta originariamente, fosse la cosa più facile del mondo, ma non è detto che ciò che è più manifesto, che è a fondamento di ogni conoscenza, sia ciò di cui siamo abitualmente più consapevoli». Questa visione di fondo, portò Husserl ad intendere la fenomenologia come epoché (lemma già utilizzato dagli antichi filosofi scettici per indicare la sospensione di giudizio), ovvero una messa fra parentesi di tutti i pregiudizi della vita che potrebbero fungere da premesse filosofiche indebite, trasformando la stessa filosofia in una costruzione arbitraria e fantasiosa, anziché in una disciplina rigorosa alla ricerca della verità. In questo senso, la «riduzione fenomenologica», o epoché, funge da dubbio metodico, ovvero dal dubitare di tutto per conoscere ciò che risulta indubitabile, e quindi necessario per qualsiasi conoscenza.

All’interno di questa logica, la Stein è certamente prosecutrice dell’eredità husserliana. Lei, ed altri filosofi decisivi nella storia del pensiero contemporaneo, partendo dalla lezione del “Maestro”, svilupperanno il tema della fenomenologia in vario modo, giungendo talvolta anche ad esiti differenti. Per Edith Stein in particolare, la fenomenologia si configura come «la chiarificazione e con ciò l’ultima fondazione di ogni conoscenza». Risulta particolarmente interessante questo dato: la fenomenologia non è intesa dalla Stein unicamente come la base metodologica della filosofia, al contrario, essa è la base di ogni scienza e, con ciò, di ogni conoscenza. Lo statuto costitutivo della fenomenologia individua la stessa non come un sapere, ma come una metodologia; in questo senso, essa non ha un campo d’attuazione delimitato e specifico ma, piuttosto, esteso e vario. Ciò è testimoniato da diverse discipline che, seguendo certe correnti sviluppatesi al loro interno, adottano la fenomenologia come metodo d’indagine, si pensi come esempio oltre alla filosofia, alla psicologia e alla pedagogia.

Quanto possiamo dire che abbia influito la fenomenologia nelle dinamiche esistenziali e di fede della Stein? Il compito della filosofia termina là dove si pone questa domanda (dato che la fede non è deducibile né da una filosofia, né da un metodo); ma un dato certo, che potrebbe aiutare a ritracciare i lineamenti di una possibile risposta, si può cercare di descriverlo. Senza addentrarci in linguaggi specialistici, possiamo affermare che per la Stein l’indagine fenomenologica sull’empatia può portare anche a Dio. In questa direzione, l’uomo, attraverso l’empatia – che secondo la Stein si configura come la possibilità di conoscere l’altro - può conoscere il vissuto di Dio; Dio, allo stesso modo, può conoscere la vita dell’uomo, ma senza che l’uno si confonda nell’altro. Infatti, per cogliere l’altro è necessario non essere l’altro, rimanere cioè sé stessi e con sé stessi. La dinamica dell’Io e del Tu, quella di un incontro che non è mai riducibile alla propria esperienza ma che riesce a “spalancare” le porte verso la ricerca appassionata e la conoscenza (sempre limitata) della verità del mondo e dell’Altro, sembra essere, in sintesi, ciò che permise a Edith Stein di aprirsi a Dio e di fidarsi di Lui in quanto Verità del mondo.

(continua)